giovedì 1 luglio 2010

God save Macheda

Francoforte sul Meno, giovedì 1 luglio 2010

Ore 22.44

Chissà cosa pensa Antonio Cassano, che si è sposato da una manciata di giorni; chissà se sta seguendo la Coppa del Mondo, chissà cosa ha pensato dell'eliminazione dell'Italia, chissà se si è morso il labbro vedendo tanti campioni non giocare all'altezza della propria fama e l'Italia latitare proprio sul piano della fantasia. Non sembra essere il tipo da rimpianti, Antonio Cassano da Bari Vecchia, il miglior piede italiano dai tempi di Baggio (che di mondiali ne ha disputati tre), uno che avrebbe potuto avere la carriera di un Totti o di un Del Piero (che campioni del mondo lo sono stati e lo sono ancora) e che forse, invece, non calcherà mai il palcoscenico di un mondiale.

Parliamo d'Italia, oggi che Prandelli è ufficialmente il nuovo ct. Cominciamo col dire che cosa mi è piaciuto: ho apprezzato la pianificazione, vale a dire il fatto che il progetto Prandelli fosse già stato lanciato prima della rassegna; quattro anni fa, di quello che sarebbe stato presumibilmente il dopo-Lippi, non si sapeva assolutamente nulla; Prandelli arriva alla Nazionale avendo la giusta esperienza alle spalle: non è un allenatore vecchio e bollito, né un novellino; arriva a quella che lui stesso definisce la vetta di una carriera dopo una stagione deludente e formativa, durante la quale ha fatto vedere un'ambizione, una fame di successi evidentemente non condivisa dalla Fiorentina. Non so se Cesare sia il miglior allenatore in assoluto: probabilmente è il migliore allenatore italiano su piazza, però; certamente si sarebbe potuto affidare gli azzurri anche a uno straniero, ma non è nella nostra cultura.

Sulla disfatta azzurra Lippi ha sicuramente delle responsabilità, però una cosa va detta: il materiale a sua disposizione non era all'altezza di quello che hanno altri ct, Maradona in primis; se analizziamo la composizione della rosa azzurra in Sudafrica, scopriamo che la squadra ad aver dato il maggior contributo è la peggior Juventus degli ultimi decenni, con sei convocati (Buffon, Camoranesi, Cannavaro, Chiellini, Iaquinta, Marchisio); poi il Milan della neoausterity berlusconiana, con tre elementi (Gattuso, Pirlo e Zambrotta) e il Napoli qualificato per la Coppa Uefa, con altrettanti giocatori (De Sanctis, Maggio, Quagliarella); due giocatori per la deludente Fiorentina (Gilardino e Montolivo), per il Genoa di metà classifica (Bocchetti e Criscito), per la sorprendente Sampdoria (Palombo e Pazzini), per l'Udinese che ha lottato per la salvezza (Di Natale, Pepe); uno per Bari (Bonucci), Cagliari (Marchetti), Roma (De Rossi). Nessun giocatore dell'Inter stellare del 2010 ha ricevuto la chiamata di Lippi: gli unici che ci avrebbero potuto sperarvi, del resto, non hanno giocato con continuità (Balotelli e Santon, che faranno parte del prossimo ciclo prandelliano); nella Roma, seconda in classifica (e con una caratura internazionale nettamente inferiore all'Inter), oltre a De Rossi era in lizza un Totti acciaccato, lento e incostante sul piano della condizione fisica; nutriva qualche speranza anche un Toni scacciato dal Bayern e, seppur recuperato da Ranieri, non certo nella miglior fase della carriera (fra parentesi: durante Miss Italia nel mondo, ieri sera, Massimo Giletti gli ha domandato se Cassano avrebbo potuto cambiare le sorti della nazionale azzurra in Sudafrica; talmente imbarazzato dalla domanda, Toni è riuscito a condensare nella sua risposta almeno cinque errori di sintassi).

I grandi protagonisti del campionato italiano sono gli stranieri, di cui è composta l'intera rosa titolare dell'Inter: unica squadra, fra l'altro, ad avere un autentico spessore internazionale; né i campionati esteri hanno offerto candidati migliori: Giuseppe Rossi, del Villareal, ha vissuto la sua peggior stagione spagnola; Aquilani, in forza al Liverpool, è costantemente vessato da infortuni ed è reduce da una stagione orribile dei Reds (che ha nuociuto anche a Capello).

I grandi protagonisti del calcio internazionale, oggi, sono altri; il livello del nostro campionato, dopo calciopoli, è calato; contrariamente a qualche anno fa, in cui i nostri si distinguevano all'estero (per fare solo pochi nomi: Ravanelli capocannoniere in Inghilterra, Zola stella del Chelsea, Vieri pichichi in Spagna, Toni capocannoniere in Germania), oggi l'Italia non esporta più i propri calciatori migliori o quanto meno non li lancia sul mercato delle squadre migliori: a Madrid Cannavaro non è diventato il nuovo Hierro e di Cassano si ricorda solo la pinguedine; Zambrotta a Barcellona ha deluso e nel 2008 fu un suo errore a costare l'eliminazione in Champions League (contro il Manchester United); qualcosa di meglio ha fatto Grosso al Lione, ma non credo che gli si intitolerà lo stadio.

Non esportiamo e, in compenso, importiamo molto; il che non sarebbe neppure male, se importassimo bene e se soprattutto sviluppassimo anche i vivai; oggi, invece, i grandi lasciano l'Italia per altri campionati più ricchi e competitivi (Kaka e Ibrahimovic) e l'unica squadra che sembra poter fare concorrenza alle grandi, sul piano del mercato internazionale, è l'Inter.

Tutto ciò, unitamente a un certo scetticismo tutto italiano per la gioventù, non aiuta a tirar su nuove generazioni di campioni; per questo non mi scandalizza il fatto che il meglio dei nostri vivai se ne vada all'estero, allettato da opportunità di guadagno e di crescita; operazioni come quella compiuta da Ferguson con Macheda sono un colpo al cuore delle nostre società, ma danno speranza, in prospettiva, alle nostre nazionali.

Se non li alleviamo noi, i nostri giovani, facciamoli crescere all'estero.

mercoledì 30 giugno 2010

Accettare l'errore umano

Francoforte sul Meno, mercoledì 30 giugno 2010

Ore 18.45

L'argomento più attuale, dopo gli ottavi, sono gli errori arbitrali; premetto che, nelle prime giornate, la precisione degli arbitri mi aveva colpito; le loro prestazioni sono andate calando proprio mentre la manifestazione si andava avviando verso la sua fase centrale, quella più “calda”. Arrivati a questo punto, si possono trarre alcune considerazioni di carattere generale: 1) gli errori si concentrano soprattutto in un settore: quello delle sanzioni. Non sempre vengono punite dovutamente le entrate rudi, coi piedi a martello, mentre troppo credito è dato ai simulatori; non tanto i cascatori d'area di rigore, quanto quelli che trasformano buffetti o contatti involontari in gesti di violenza inaudita, per indurre l'arbitro ad estrarre il cartellino rosso; 2) gli ottavi di finale sono stati caratterizzati da gravi sviste di altro genere: gol fantasma (Inghilterra, non dato) e gol in fuorigioco (Argentina e Spagna, dati); tre errori gravi, di cui è difficile sottovalutare il peso esercitato sull'esito delle partite durante le quali sono avvenuti; le squadre che ne hanno beneficiato, del resto, hanno tutte e tre superato il turno; bisogna ammettere, tuttavia, che tutte e tre hanno giocato meglio dei rispettivi avversari: la Germania, nel primo come nel secondo tempo, ha surclassato l'Inghilterra sul piano del gioco; l'Argentina, una volta sbloccatasi, ha legittimato la vittoria con altre due reti; la Spagna, gol a parte, ha creato più occasioni del Portogallo. C'è una differenza, in questo senso, fra l'episodio di Germania – Inghilterra e gli altri due: questi ultimi sono figli del gioco d'attacco di Argentina e Spagna, vale a dire: quanto più si cerca la porta avversaria, quanto più si staziona nei pressi dell'area di rigore, tanto più è probabile godere di una svista arbitrale in occasione di un fuorigioco più (Tevez) o meno (Villa) evidente; tanto più è probabile che un proprio attaccante subisca un fallo da rigore o che, cadendo in area, induca l'arbitro in errore. È questa la ragione principale per cui le squadre più forti sono anche quelle, solitamente, più “aiutate” dagli arbitri in questo tipo di circostanze: per un fatto meramente statistico.

Questo ragionamento non è applicabile al caso del gol fantasma di Lampard: in questo senso, il danno subito dagli inglesi è stato maggiore, ma la differenza in campo fra le due squadre è stata netta, prima e dopo l'episodio. Va anche detto che, dopo il pareggio, Capello avrebbe potuto registrare la difesa (nell'intervallo) e la storia sarebbe (forse) stata diversa.

Per ragioni diverse, visti in rapporto con la loro gravità e con l'andamento delle partite sul cui esito hanno avuto un ruolo, questi tre errori si equivalgono. Sul piano della discussione a posteriori, no.

Il problema di stabilire quando il pallone supera o meno la linea di porta è stato oggetto di animate discussioni da ben prima che io nascessi: della rete fantasma di Hurst, durante la finale del 1966, si discute ancora, senza che tedeschi e inglesi abbiano raggiunto un pacifico accordo (per me non è gol); il Milan di Sacchi, prima durante la Coppa dei Campioni del 1989, si vide negata la convalida di almeno due reti regolari, perché all'arbitro era sfuggito il dettaglio che il pallone aveva superato la linea di porta; alcuni errori di questo tipo, nel campionato italiano 1997-1998, favorirono la Juventus nella volata-scudetto con l'Inter.

Proposte per risolvere il problema ne sono state avanzate tante: moviola in campo, assistenti dell'arbitro piazzati sulla linea di porta, sensori da inserire nel pallone o nei pali, etc. Alcuni anni fa il Consiglio Nazionale delle Ricerche, su incarico della Federcalcio, portò avanti uno studio del cui dossier conservo gelosamente una copia.

L'entità dell'errore (grave) di Rosetti e Ayroldi, durante Argentina – Messico, è stata amplificata dalla situazione grottesca nella quale è avvenuto: i due protagonisti dell'accaduto si sono evidentemente resi conto, grazie al tempismo del replay sui tabelloni dello stadio, di ciò che avevano combinato; hanno tuttavia realizzato, anche sulla scorta delle esplicite minacce degli argentini (ai quali non si può certo riconoscere grande fairplay, in questo frangente), che non si sarebbe potuto far nulla per rimediare veramente: per correggere l'errore si sarebbe dovuto violare il regolamento, che impedisce al direttore di gara di servirsi del replay per modificare una decisione; Rosetti si trovava di fronte a due destini ingrati: crocifisso per non aver annullato un gol irregolare, che avrebbe probabilmente inciso sulla qualificazione, oppure cacciato per aver violato il regolamento. Dev'essersi subito reso conto, il fischietto italiano, che il suo mondiale era finito. Finito per finito, Rosetti avrebbe potuto fregarsene della legge e agire secondo giustizia (e buon senso). Se prima che si ricominci a giocare scopro che il gol non è valido, lo annullo, indipendentemente dal canale attraverso cui lo sono venuto a sapere. Questa fu, quattro anni fa, la linea adottata da Helizondo durante la finale, allorquando decise di espellere Zidane per la testata a Materazzi.

Sorprenderò tutti: non mi schiero con la Gazzetta e con chi attacca la FIFA invocando l'aggiornamento della tecnologia o del regolamento per evitare situazioni di questo tipo. “Per un calcio credibile”, dicono, salmodiando questo e altri slogan. Non mi scandalizza, Blatter, quando dice che gli arbitri non devono guardare i tabelloni; il concetto è giusto, ma è espresso male: se i tabelloni ci sono e trasmettono i replay, è ovvio che gli arbitri non possono non guardarli. Se si vuole, come è lecito volere, che gli arbitri usino solamente il proprio occhio e quello dei guardalinee (o del quarto uomo), bisogna far impedire la diffusione delle immagini sui maxischermi o quanto meno inibire la riproposizione dei replay. Mi pare, del resto, che a Italia '90 funzionasse così.

Tendenzialmente sono contrario alla moviola in campo, perché altererebbe lo svolgimento del gioco senza risolvere necessariamente le controversie. Così come sono contrario all'incremento del numero di guardalinee (o giudici di porta, nel caso di assistenti piazzati sulla linea di fondo), cosa che ne farebbe solo calare il livello medio, per forza di cose.

Sui gol fantasma si potrebbe provare ad adottare una soluzione tecnologica di altro genere, come un sensore nel pallone e/o nei pali: la risposta di un simile dispositivo, ove applicabile, avrebbe il crisma dell'oggettività e non sarebbe oggetto né di proteste estemporanee, né di ulteriori discussioni post-partita.

Laddove la FIFA ha dei doveri inderogabili, è nella formazione e nella scelta dei direttori di gara; a curarne direttamente la formazione, ovviamente, sono le federazioni nazionali, su cui la FIFA deve esercitare una adeguata sorveglianza; deve altresì promuovere la formazione degli arbitri internazionali (assieme agli organi che organizzano e controllano il calcio nei vari continenti), attraverso corsi di aggiornamento e altri strumenti di verifica e controllo; la FIFA deve impegnarso non tanto a incrementare il livello medio della classe arbitrale (cosa a cui devono pensare le federazioni nazionali), quanto a coltivarne le eccellenze; la selezione, poi, deve essere inderogabilmente condizionata da un solo elemento: il valore dell'arbitro; se gli arbitri migliori del mondo sono tutti in Europa (lo dico come pura ipotesi esemplificativa), è giusto che al mondiale arbitrino solamente gli eruopei. A voler essere troppo ecumenici, c'è il rischio di ripetere il disastro del 2002.

Ciò detto, e detto anche che la FIFA può migliorare il proprio operato, preso atto della totale mancanza di comunicazione e di strategia di Blatter (peggio di lui, quanto a comunicazione, solo Papa Ratzinger), aggiungo solo questo: il calcio sarà davvero più credibile quando avremo imparato ad accettare l'errore umano e a conviverci serenamente.

martedì 29 giugno 2010

Altri nove cierrenove

Treno per Francoforte, martedì 29 giugno 2010


Ore 23.22

Mi sono nuovamente lasciato l'Italia alle spalle: è la Germania la mia casa per questi tre mesi, che si concluderanno mercoledì 14 luglio, giusto alla fine della 19a edizione della Coppa del Mondo. All'arrivo nell'aeroporto di Hahn, questa mattina, ho notato con una certa sorpresa che la temperatura qui è più alta che in Italia; basandomi sui giorni trascorsi a Roma, per non parlare delle settimane precedenti passate fra Mainz e Francoforte, ricorderò il giugno del 2010 come fra i più freschi della mia vita. La giornata più calda in assoluto l'ho trascorsa a Heidelberg.

Dopo la lezione di Frau Wehr mi sono ritagliato due ore per vedere la partita fra il Giappone e il Paraguay. Dopo il mondiali asiatici del 2002 ho maturato la convinzione che le squadre outsider, in un torneo, sono come la maggior parte delle spezie: se usate in quantità moderate, arricchiscono e completano il piatto, rendendolo più appetitoso; tuttavia, è sufficiente esagerare con le dosi e la stessa pietanza diventa disgustosa, talora immangiabile. Il mondiali del 2002 ha visto la prematura eliminazione di formazioni in lizza per la vittoria finale: in parte per errori imputabili a loro stesse e ai loro ct (Francia, Argentina), in parte agli arbitri (Spagna), in parte ad entrambi i fattori (Italia), in parte per accoppiamenti sfortunati (Inghilterra); senza dimenticare la clamorosa assenza dell'Olanda e quella, altrettanto pesante, della Repubblica Ceca, che allora era fra le squadre più temibili d'Europa e del mondo. Di ciò hanno approfittato formazioni di rango minore, che hanno ottenuto risultati storici: quarti di finale (USA, Senegal) e semifinale (Turchia, Corea del Sud) ; a queste si può aggiungere, senza voler fare un torto a nessuno, anche la Germania di Rudi Voeller, che non aveva una rosa fra le migliori della sua storia; i tedeschi, collocati nella parte bassa del tabellone, hanno avuto a disposizione un cammino in comoda discesa: per arrivare in finale sono bastate tre reti (il massimo risultato col minimo sforzo, questo è senza dubbio ammirevole), distribuite equamente contro Paraguay, Stati Uniti e Corea del Sud.

Le outsider di quell'edizione, sfruttando una serie di circostanze favorevoli, si sono ritrovate a giocare partite che non erano all'alteza di disputare: il calcio che si vide fu noioso, privo degli spunti di gioco delle grandi squadre e degli assoli che, a certi livelli, solo i campioni possono garantire; in quello scenario mediocre, la Germania ebbe il merito di ottimizzare gli sforzi per raggiungere il massimo risultato; il Brasile passeggiò letteralmente verso il successo finale, faticando un po' solamente coi tedeschi, per altro nettamente inferiori.

Subentrano strani complessi, nel cervello collettivo delle squadre outsider, a partire da un certo punto in poi: le gambe si irrigidiscono, la manovra di chi nelle prime partite ha mostrato un bel gioco, brillante e innovativo, si involve improvisamente; così come improvvisamente, chi era partito senza nulla da perdere, sente il peso della responsabilità, la tensione per l'occasione storica, le gambe molli per la paura di perdere o di vincere. Il desiderio di giocarsela ai calci di rigore. A ben vedere, le piccole squadre che vanno avanti, in linea di massima, seguono il percorso inverso di certe grandi, Italia compresa, che generalmente partono piano e si esaltano nelle fasi avanzate della competizione: quando il gioco si fa difficile, diremmo parafrasando il detto, escono fuori i campioni.

Questo preambolo spiega come mai Paraguay – Giappone non sia stata che una lunga e noiosa premessa all'inevitabile conclusione: i tiri di rigore, i primi di questa edizione del mondiale. Tirati per altro benissimo da entrambe le squadre, se è vero che la differenza l'ha fatta una traversa, colpita dallo sfortunato Komano (unico errore sui 9 rigori calciati). Fra due squadre che non avevano mai raggiunto i quarti di finale, la cosa non deve sorprendere.

Dopo la mia prima conferenza tenuta in tedesco e dopo una piacevole chiacchierata con Frau Wehr e un paio di studenti, accompagnata da birra e (un ottimo) cheeseburger, mi sono dedicato a Spagna – Portogallo; la partita è stata decisa, in un momento in cui la Spagna stava premendo contro la porta avversaria, da una rete di Villa in fuorigioco. Lascerò ai prossimi giorni i commenti sugli errori arbitrali, argomento che sta infiammando le pagine di giornali e riviste, nonché i salotti dedicati al calcio; per ora mi preme notare come il Portogallo, che aveva disputato un primo tempo dignitoso, abbia ceduto nella ripresa. Fuorigioco o no, va detto che la Spagna del secondo tempo ha cambiato ritmo (Xavi e Iniesta, in questo, sono autentici maestri) e ha avuto una serie di occasioni ravvicinate, con Villa e Llorente; va detto che il migliore in campo per i portoghesi è stato Eduardo, il portiere; va detto, infine, che la reazione lusitana al vantaggio avversario è stata assolutamente effimera, con Ronaldo lontano dalle zone nevralgiche del gioco, triste, stanco e frustrato, probabilmente anche poco ispirato, mai in grado di portare pericoli a Casillas.

Il problema del Portogallo è certamente la fase offensiva: i sette gol realizzati nella rassegna sono tutti figli dello scontro impari contro la Corea del Nord; un centravanti vero di spessore internazionale, se non si considera tale CR9 (che è qualcosa di più e di diverso da un centrattacco tradizionale), manca; inoltre il Portogallo, per tradizione, ha un gioco manovrato, lento, fatto di circolazione della palla più che di ritmo incalzante, ciò che serve per provare a recuperare una situazione di svantaggio contro un avversario forte. La Spagna, del resto, non ha solo un attacco formidabile, che ha in Villa (più che in Torres) il proprio vertice, ma ha anche una coppia di centrocampisti che non ha eguali nel mondo (i suddetti Xavi e Iniesta), un terzino destro che potrebbe giocarsi il posto con Philipp Lahm al Bayern, uno fra i portieri (Casillas) e uno fra i difensori centrali (Puyol) più forti del pianeta ed altri calciatori di livello internazionale in tutti i reparti. Passata in vantaggio, la Spagna non ha fatto che abbassare il ritmo, tenendo costante il pressing nella propria metà campo e chiudendo tutti gli spazi, senza rinunciare a qualche sortita offensiva con Llorente. Il massimo col minimo sforzo, è così che si vince.

Quando si ha CR9 l'abilità sta nel costruirgli attorno una squadra che ne esalti le qualità; il Manchester United lo faceva, il Real Madrid lo fa, il Portogallo di Queiroz no. A differenza di Messi, cui si può dire va' in campo e gioca, CR9 va istruito sui compiti da assolvere; a mio parere il meglio lo dà sulla fascia (specie in una squadra che non riesce a costruire trame efficaci), naturalmente con licenza di accentrarsi e di ricoprire, temporaneamente, anche la posizione di centrattacco; il modo in cui si scambiavano di posizione lui e Rooney, nel Man Utd di qualche anno fa, era assolutamente meraviglioso. Da registrare e far vedere in tutte le scuole calcio. Sarà anche stata colpa di una serata poco ispirata, ma io Ronaldo l'ho sempre visto isolato in attacco, con la palla lontana e i compagni a contenderla agli spagnoli, oppure distante dalla zona nevralgica, in costante difficoltà sui raddoppi avversari. Ce ne sarebbero voluti altri nove, di CR9.

Altre otto squadre abbandonano la competizione:

la Corea del Sud di Park, che gioca nientemeno che nel Manchester United;

gli Stati Uniti d'America, sotto gli occhi sornioni di Clinton;

l'Inghilterra del gol e del centravanti fantasma (Rooney);

il Messico del vecchio Aguirre e del mio Blanco (adios!);

la Slovacchia dei Vladimir Weiss;

il presuntuoso Cile, tutta tecnica e poca concretezza sotto porta;

il Giappone, abilissimo nei calci piazzati, ma evidentemente non abbastanza.

A voi, grazie per aver partecipato; agli altri forza e coraggio, ché il cammino è ancora lungo.

Paraguay – Giappone 5 – 3 [0 – 0 al termine dei tempi supplementari; rigori: Barreto, Endo, Barrios, Hasebe, Riveros (Komano), Valdez, Honda, Cardozo]

Spagna – Portogallo 1 – 0 [Villa]

lunedì 28 giugno 2010

Le trasmissioni riprenderanno appena possibile...

Mi scuso con tutti i lettori del Diario Mondiale: a causa di una serie vorticosa di impegni e di qualche problema tecnico, non mi è stato possibile essere costantemente online negli ultimi giorni. Ho comunque seguito le partite, preso appunti e scritto il diario su supporto cartaceo.
Domani, con il termine degli ottavi di finale, mi rimetto in pari.

Promesso.

F.B.

sabato 26 giugno 2010

Il destino nel nome

Roma, sabato 26 giugno 2010

L'alba del giorno dopo

Come redattore di un diario di questi mondiali e soprattutto come blogger sto perdendo colpi. Non posso negare di essere stato poco assiduo in questi giorni, caratterizzati da strade divorate in automobile, soste precarie, pianti e sorrisi di bambini, vestizioni e svestizioni, sudore e bevute. Fra il Mundial e il matrimonio di Livio e Roberta ho dovuto necessariamente scegliere e penso di aver scelto bene. Ciò premesso e fatti loro gli auguri di un magnifico Viaggio, mi ricompongo nei panni di appassionato commentatore non professionale.

Avevo faticato a trovare un calciatore che potesse essere la rivelazione della rassegna, e ora mi pare di averlo trovato: Luis Suarez, 23 anni, uruguagio, punta dell'Ajax. Il destino nel nome. Tre reti nelle ultime due partite, fondamentali le ultime due per accedere ai quarti di finale, spettacolare il secondo. Parlo non avendo visto che poche immaagini: si muove molto, è rapido, ha un piede (sinistro) molto preciso, lavora sodo ed ha il senso del gol. Nel campionato olandese ha segnato valanghe di reti e sono convinto che, al termine della manifestazione, sarà al centr dell'attenzione dei grandi club europei.

L'attacco uruguagio ha preso una forma incoraggiante: Forlan è un leader, una punta esperta e un creatore di gioco (eccezionale il suo lavoro in occasione del primo vantaggio); Cavani non canta, ma porta egregiamente la croce; Suarez ha nel piede i colpi decisivi. Solidissima anche la difesa, quantunque il pareggio coreano (prima rete subita durante il mondiale) sia frutto di un'incomprensione fra Muslera e Fucile.

Superando gli USA dopo i tempi supplementari, il Ghana affianca il Camerun (1990) e il Senegal (2002), uniche formazioni africane ad aver mai raggiunto i quarti di finale in una Coppa del Mondo. Quantunque provi simpatia (nel calcio) per gli Stati Uniti, mi allieta sapere che c'è ancora un pezzetto d'Africa in questo mondiale africano.

Affrontare l'Uruguay nei quarti non è una benedizione, ma lascia margini per poter sognare un posto solitario nella storia: francamente me lo auguro, ma vedo favorita la Celeste di Tabarez.

Germania – Inghilterra, che si disputerà domani, è un pezzo importante di storia del calcio; mi vengono in mente la finale di Webmley del 1966, vinta dagli inglesi grazie a un gol fantasma ai supplementari, e la rivincita trent'anni dopo, all'Europeo del 1996, sempre a Wembley, lo sguardo vitreo di Southgate dopo il rigore fallito e la Germania che va in finale e la vince. Se lo ricorderanno bene Oliver Bierhoff (attuale team manager della Germania) e Andreas Koepke (preparatore dei portieri), che quell'Europeo lo vissero da grandi protagonisti.

Uruguay – Corea del Sud 2 – 1 [Suarez, Lee, Suarez]

USA – Ghana 1 – 2 [Boateng, Donovan rig., Gyan]

venerdì 25 giugno 2010

Made in (Sud)America

Roma, venerdì 25 giugno 2010

Notte

Si è finalmente conclusa la fase più dura della rassegna, parlando dal punto di vista di chi il mondiale lo segue; da oggi in poi si disputeranno non più di due partite al giorno, con pause di uno o più giorni fra ottavi, quarti, semifinali e finali.

Girone G e girone H rispettano in pieno i pronostici della vigilia: Brasile e Portogallo pareggiano e se ne vanno a braccetto agli ottavi; la Spagna supera il Cile ma la Svizzera di Hitzfeld non ne approfitta e torna a casa.

Il sito web dell'International FIFA Fan Fest di Roma dava per battuta la Costa d'Avorio già prima della partita: perché? Una goleada degli africani, in combinazione con una sconfitta del Portogallo, avrebbero potuto alterare la differenza reti e ribaltare il risultato della qualificazione; a rigor di logica, anzi, perfino la Corea del Nord avrebbe potuto passare il turno a spese del Portogallo, ovviamente segnando un numero di reti fantascientifico; la Costa d'Avorio ha vinto con sulla formazione più debole dell'intero mondiale (Corea del Nord: tre sconfitte, dodici gol subiti e uno fatto, uno come la Francia) con uno scarto buono ma non sufficiente per riuscire nell'impresa.

Il Portogallo, ad ogni modo, si è guadagnato la certezza della qualificazione sul proprio campo, costringendo il Brasile a restare a secco di reti, attaccandolo anzi e provando a batterlo; lo 0 – 0 dimostra quanto la squadra verdeoro sia plasmata a immagine e somiglianza del proprio ct, un pragmatico che bada al risultato innanzi tutto. E va detto che il Brasile ha dato ampio spazio alle seconde linee, per rimpiazzare gli squalificati (Kaka) e far rifiatare chi aveva giocato le partite precedenti.

Chi qualche rimpianto lo può avere è la Svizzera: battendo un debole Honduras, avrebbe avuto buone possibilità di superare il turno, in caso di non improbabile (come poi è stato) sconfitta del Cile contro la Spagna; pesa moltissimo, oltre al pareggio contro il fanalino di coda, l'espulsione di Behrami nella seconda partita, che ha fatto pendere l'ago della bilancia dalla parte dei Cileni (vittoriosi poi per uno a zero).

La seconda vittoria della Spagna, contro gli avversari più forti del girone, dimostra che il passo falsso all'esordio è stato frutto di una giornata storta e nulla più; considerando la psicologia delle nazionali iberiche (un discorso analogo vale anche per il Portogallo), questo passo falso potrà addirittura risultare positivo, scacciando dalla mente dei campioni d'Europa il germe del rilassamento e dell'autocompiacimento; commettere l'errore di ammirarsi in uno specchio, dagli ottavi di finale in poi, sarebbe un errore fatale.

La sconfitta del Cile contro la Spagna (anche questa partita è stata condizionata da un'espulsione dubbia) è la prima di una sudamericana in questo mondiale; disputeranno gli ottavi 6 squadre europee (Germania, Inghilterra, Olanda, Slovacchia, Spagna e Portogallo), 5 sudamericane (Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile e Cile), due nordamericane (Messico e USA), due asiatiche (Giappone e Corea del Sud) e una sola africana (Ghana).

Finora è il Sud America a targare la rassegna: tutte e 5 le nazionali partecipanti si sono qualificate agli ottavi senza sconfitte: quattro potrebbero avanzare fino ai quarti (una fra Brasile e Cile lascerà il Sudafrica prima), mentre il numero delle squadre europe che passeranno il prossimo turno si sa già: tre. Nella parte bassa del tabellone, la sorprendente presenza di Paraguay e Giappone apre una ghiotta occasione per le chi vincerà il derby iberico fra Spagna e Portogallo.

Trentatré sono le reti segnate durante l'ultimo turno dei gironi preliminari: poco pià di due gol a partita, la media si è nuovamente abbassata.

Delle trentadue squadre iscritte a questa fase finale ben sedici la lasciano anzitempo:

la Francia del ribelle Anelka;

il Sudafrica padrone di casa;

la Nigeria dei gol sbagliati;

la Grecia dei primi storici punti (e gol);

l'Algeria del catenaccio;

la Solvenia della grande illusione;

l'Australia, che ha chiuso in crescendo;

la Serbia, che ha chiuso in calando;

la Danimarca, davvero troppo stanca;

il Camerun, imperdonabilmente distratto;

la Nuova Zelanda, che non ha mai perso;

l'Italia, che non ha mai vinto;

la Corea del Nord, sommersa di reti;

la Costa d'Avorio, a cui sarebbe servito un miracolo;

la Svizzera, che aveva illuso tutti;

l'Honduras, che non ha mai illuso nessuno.

A tutte le altre, in bocca al lupo per il prosieguo.

Corea del Nord – Costa d'Avorio 0 – 3 [Touré, Romaric, Kalou]

Portogallo – Brasile 0 – 0

Cile – Spagna 1 – 2 [Villa, Iniesta, Millar]

Svizzera – Honduras 0 - 0

Il giorno più lungo

Roma, giovedì 24 giugno 2010

Notte

Nel senso proprio di notte fonda. L'Italia non accede alla seconda fase del mondiale: lo hanno detto in molti, a partita finita, in radio tv e internet; io mi ero già fatto il calcolo durante i 90 minuti, aspettando che questo incubo si materializzasse.

La notte è ancora più nera perché il ricordo non può non andare a quella di Berlino, illuminata dal rigore di Grosso, dai colori e dalle immagini della premiazione, da Cannavaro che alza la coppa.. Ora Cannavaro cerca di consolare i compagni che la coppa non l'hanno vinta e chissà se la vinceranno mai.

La delusione è ancora più grande perché è stata preceduta da una clamorosa illusione, alimentata da Di Natale prima e da Quagliarella (una prodezza inutile), bravi a prolungare l'agonia azzurra fino all'ultimo secondo del recupero.

Non entro nel merito della rete annullata all'Italia, perché non ho rivisto bene le immagini; di sicuro va detto che l'Italia si meritata, non una ma più volte, questa eliminazione. Non è mai stata in vantaggio, ha commesso una serie di gravi errori difensivi, ha mostrato lacune evidenti nella costruzione del gioco e nelle qualità dei singoli, ha corso meno o comunque peggio degli avversari. Si è comportata bene solo sul piano disciplinare, non perdendo mai la testa a fronte di una situazione via via sempre più difficile e di una pressione mediatica che, immagino, si sia sentita. Ieri poteva finire in rissa e non è stato così. Bravo anche l'arbitro a dispensare, senza esagerare in un senso o nell'altro, i cartellini gialli, grazie ai quali ha tenuto in pugno l'incontro.

Sia detto serenamente: Lippi ha commesso degli errori, a cominciare dalla costruzione del gruppo. Sia detto serenamente perché Lippi è il ct che ha contribuito in modo fondamentale alla vittoria di un mondiale, quattro anni fa, che era partito sotto i peggiori asupici (l'alba di calciopoli). Alllora era stato pressoché perfetto, durante il suo secondo ciclo no. Dall'inizio non ha costruito un gruppo costruito sul presente-futuro, bensì sul passato-presente. Il coraggio di sfilare a Cannavaro la fascia da capitano non l'ha avuto, né di puntare su alcuni giocatori giovani che avrebbero pouto far bene anche quest'anno. Non entro nei dettagli, cosa che ci sarà modo di fare nei prossimi giorni. Dico solo che Lippi, quando dice che è tutta colpa sua, è apprezzabile ma non è sincero. Non è tutta colpa sua e lui lo sa. Ma torniamo alla partita.

La Slovacchia ha giocato molto bene, aggredendo e muovendosi in maniera armonica, con e senza palla, sfruttando le occasioni e chiudendo gli spazi. Da subito è sembrata godere di migliore condizione atletica. È andata in affanno solo in una fase avanzata della partita, quando Pirlo e Quagliarella hanno cambiato il volto dell'attacco azzurro, costruendo geometrie il primo, arrencando pericoli veri il secondo; Pirlo stava male e va bene, ma lo scarso utilizzo di Quagliarella, in questa Italia, è stato un errore imperdonabile: una conclusione respinta a cavallo della linea da un difensore, una splendida combinazione con Iaquinta che ha propiziato il gol di Di Natale, un movimento che ha indotto gli avversari all'autorete (annullata), un gol da cineteca: avevo già detto i giorni scorsi che Quagliarella (che pure non ha grande caratura internazionale) avrebbe dovuto trovare maggior spazio, che lui avrebbe potuto forse sfruttare le proprietà dello Jabulani, che lui... l'avevo detto e lo ammetto: un po' me ne compiaccio.

Mi compiaccio ancor più di aver calcolato i tempi di percorrenza da Berna a Roma con precisione cronometrica. In dieci ore esatte Till Stellino ed il sottoscritto hanno attraversato la Svizzera Tedesca, il traforo del San Gottardo, il Canton Ticino, la Lombardia, l'Emilia Romagna, la Toscana, l'Umbria e parte del Lazio fino a Roma; siamo arrivati alle 15 e 15, abbiamo scaricato canotti, borse di vestiti, computer, televisori portatili, casse di birra e di vino, accessori per la pittura ed altri effetti personali in una manciata di minuti (con il significativo apporto di Valerio Mammone), poi siamo corsi verso l'International FIFA Fan Fest di Piazza di Siena: in tempo per il fischio d'inizio di questa infinita sofferenza collettiva.

Per quanto si possa criticare certi attegiamenti dei commentatori tedeschi, la qualità del servizio erogato dalla nostra tv di stato è certamente più bassa; il raccomandato (non mi spiego altrimenti il rilievo dato alla sua posizione) Civoli e l'abbronzatissimo Bagni sono ormai la parodia dei loro rispettivi ruoli: non fanno che distrarre l'attenzione dello spettatore, deviandola dalla partita ai loro patetici siparietti.

Per ben due volte Civoli ha incautamente dato per morta l'Italia, salvo rimangiarsi la parola dopo le segnature di Di Natale e Quagliarella: non è il massimo, per un telecronista.

Nella giornata (per me) più lunga non c'è molto altro da raccontare: la Nuova Zelanda chiude la sua magnifica esperienza (contro di noi hanno giocato un calcio perfetto, in rapporto alle loro qualità) senza sconfitte, con appena due gol subiti e un punto in più di noi; il Giappone strapazza una Danimarca stanca, mostrando più vigore atletico e una eccezionale capacità nel battere i calci di punizione (il primo, calciato da Honda, ricorda quelli di CR9); l'Olanda recupera Robben (che ha preso un palo) e batte anche il Camerun, che si congeda dal mondiale con la terza sconfitta e la seconda rete di Eto'o.

Me ne vado a dormire osservando che si sono segnate le prime reti su pallonetto (Kopunek, Quagliarella) e oensando che domani, al mio risveglio, il cielo sarà un po' meno azzurro.

Paraguay – Nuova Zelanda 0 – 0

Slovacchia – Italia 3 – 2 [Vittek, Vittek, Di Natale, Kopunek, Quagliarella]

Camerun – Olanda [Van Persie, Eto'o, Huntelaar]

Danimarca – Giappone 1 – 3 [Honda, Endo, Thomasson, Okazaki]